Vendere, ma vendere bene

Il neoministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha dichiarato che l’Italia deve realizzare nel decennio una dismissione di beni pubblici, in particolare immobiliari, per un ammontare di un 1 per cento del pil all’anno, per concorrere alla riduzione annua del 3 per cento del nostro debito pubblico, riduzione richiesta dal Fiscal compact.
17 LUG 12
Ultimo aggiornamento: 04:55 | 9 AGO 20
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Il neoministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha dichiarato che l’Italia deve realizzare nel decennio una dismissione di beni pubblici, in particolare immobiliari, per un ammontare di un 1 per cento del pil all’anno, per concorrere alla riduzione annua del 3 per cento del nostro debito pubblico, riduzione richiesta dal Fiscal compact. Per realizzare questo obbiettivo l’Italia deve ridurre il rapporto deficit/pil di un ventesimo del 60 per cento ogni anno. Inizialmente occorre un taglio del 3,6 per cento del volume del debito. Se l’inflazione è all’1,8 per cento e il tasso di crescita reale del pil un altro 0,8, col bilancio in pareggio, per arrivare al 3,6 manca un 1 per cento. Lo si può ottenere vendendo beni pubblici. Quella di Grilli è dunque una scelta obbligata per evitare una politica deflazionistica. Ma essa comporta anche di ledere tabù e interessi costituiti, come quelli delle manomorte degli enti locali, del demanio e delle imprese parastatali. Inoltre, per una politica realmente liberale, si pongono le questioni del cosa vendere e di non svendere.
Le privatizzazioni non vanno concepite solo come mezzo per risolvere problemi finanziari, devono essere considerate – secondo il modello di Margaret Thatcher – come uno strumento per liberare le forze del mercato e dare vita a un’economia competitiva. Non solo non si deve svendere a favore di soggetti economici e finanziari amici, ma non si devono neppure fare operazioni di crescita del parastato, come quella di trasformare la Cassa depositi e prestiti in una nuova Iri in cui coesistono le burocrazie pubbliche e capitalisti privati senza capitali.